IL PUNTO DI ALFREDO IANDOLO : OLTRE IL PARTENIO-LOMBARDI . A Marassi una sconfitta amara. Ma il calcio più bello ha vinto sugli spalti

OLTRE IL PARTENIO-LOMBARDI di Alfredo Iandolo Presidente dell’Avellino Club Roma

A Marassi una sconfitta amara. Ma il calcio più bello ha vinto sugli spalti

L’Avellino cade a Genova contro la Sampdoria per 2-1 e interrompe la striscia positiva costruita nelle ultime settimane. Un peccato, perché la partita lasciava intravedere la possibilità di fare qualcosa in più contro un avversario forte nelle individualità, ma fragile nel gioco, nelle gambe e soprattutto nella testa. I blucerchiati arrivavano infatti alla sfida in un clima pesante, con i tifosi di casa che già il giorno prima avevano contestato duramente la squadra durante la rifinitura. Eppure i lupi non sono riusciti ad approfittarne.

Ballardini ha continuato nella sua rotazione offensiva, scegliendo dal primo minuto una coppia inedita, Russo-Pandolfi. Una decisione che ha sorpreso, soprattutto perché in molti si aspettavano il rilancio immediato di Patierno dopo il primo gol in Serie B segnato contro il Südtirol, che sembrava poterlo restituire ancora più carico e motivato al rush finale. Invece il tecnico ha proseguito sulla linea degli avvicendamenti, probabilmente più per capire su chi poter davvero contare nelle ultime partite decisive verso la salvezza che per una logica di turnover, visto che all’orizzonte c’è anche la sosta. Pandolfi, però, è apparso poco incisivo, e in generale il reparto offensivo ha prodotto troppo poco per impensierire davvero una Sampdoria tutt’altro che irresistibile.

L’avvio di gara aveva raccontato una partita chiara. La Sampdoria è partita aggressiva, spinta più dall’urgenza che dalla lucidità, cercando subito il vantaggio senza però costruire molto di realmente pulito. L’Avellino, dal canto suo, ha tenuto bene per circa mezz’ora, ma senza mai avere quella cattiveria necessaria per far male a un avversario in evidente difficoltà. È sembrato quasi che i biancoverdi abbiano pagato il peso ambientale di uno stadio da Serie A, caldo, carico, con il tifo addosso. Hanno contenuto, hanno battagliato, ma hanno osato troppo poco.

Non a caso, a metà primo tempo, è stato Armando Izzo, il più esperto del gruppo, a provare a scuotere la squadra in campo, richiamandola ad alzarsi, a uscire con più coraggio dalla propria metà campo, a capire che quella Sampdoria si poteva affrontare senza timori reverenziali. Era il segnale giusto, la lettura corretta della gara. Ma non è bastato. L’Avellino ha continuato a restare dentro una partita di duelli e di centrocampo, più intento a limitare l’avversario che a provare davvero a colpirlo.

Anche per questo le emozioni sono state poche. I lupi hanno tirato poco in porta e nel secondo tempo il copione è cambiato pochissimo. Sempre lo stesso atteggiamento prudente, sempre la stessa difficoltà a prendersi il campo con convinzione. I due gol della Sampdoria, in fondo, sono arrivati senza che i blucerchiati producessero chissà quale superiorità: il primo da un tiro-cross di Brunori che si è infilato nell’angolo basso, il secondo dalla solita palla inattiva, un calcio d’angolo, proprio su quel fondamentale che accompagna le sofferenze difensive dell’Avellino fin dall’inizio del campionato.

Il gol di Biasci, che ha accorciato le distanze, ha riaperto la partita solo in apparenza. In quel momento, più che la fiducia, sembravano mancare le energie. Tre partite in otto giorni si sono fatte sentire e nel finale l’Avellino non ha avuto la forza fisica e mentale per costruire un vero assalto. Il ritorno al Ferraris dopo oltre quarant’anni lascia così un sapore amaro, ma soltanto per il risultato.

Perché tutto il resto, invece, è stato bello davvero. È stata una festa di sport. Le due tifoserie si sono rispettate dentro e fuori dallo stadio, in un clima che andrebbe preso a esempio invece che mortificato da restrizioni e divieti spesso ciechi. L’accoglienza in città per i tifosi dell’Avellino è stata straordinaria: simpatia, chiacchiere, brindisi, incontri con compaesani trasferiti da anni a Genova, in un’atmosfera popolare e genuina che ha restituito il senso più vero del calcio. I tifosi biancoverdi erano così tanti che il settore ospiti non è bastato a contenerli: almeno un altro migliaio si è sistemato tra tribuna e distinti, mescolandosi senza problemi ai doriani.

Nessuna tensione, nessuna follia, nessun allarme. Solo goliardia, rispetto e passione. Le tre curve hanno offerto uno spettacolo di colori e cori degno di due piazze da Serie A. Foto, saluti, momenti condivisi, il segno evidente che il calcio bello, quello popolare, quello della gente, è ancora vivo. 

Ed è questo, forse, il messaggio più importante che arriva da Genova: le istituzioni non possono continuare a ignorare questa dimensione sana del tifo, trattandola sempre e solo come un problema da comprimere.

Il risultato, allora, pesa ma non cambia tutto. L’Avellino resta in una condizione di classifica più serena rispetto a qualche settimana fa, anche se adesso il calendario si fa durissimo. Arrivano Palermo e Catanzaro, due partite complicate, prima di entrare nel tratto in cui ci saranno avversarie più alla portata e contro le quali bisognerà raccogliere i punti decisivi per archiviare definitivamente il discorso salvezza.

Questo però non significa andare a Palermo già sconfitti. Al contrario: proprio la relativa tranquillità di classifica conquistata con il lavoro delle ultime settimane deve consentire all’Avellino di giocarsela con coraggio, con meno paura, con quella sfrontatezza che a Marassi è mancata. 

Tra sogno e realismo, la strada migliore resta sempre la stessa: affrontare ogni partita a viso aperto, senza timori inutili, giocandosela sempre, fino alla fine.