OLTRE IL PARTENIO-LOMBARDI di Alfredo Iandolo Presidente dell’Avellino Club Roma.
Ad Ascoli sono finite le prove generali
Alla vigilia Alessandro Nesta era stato chiarissimo. L’Avellino avrebbe dovuto affrontare Ascoli con la massima umiltà, senza abbassare l’attenzione nemmeno di un filo. Aveva definito quella del Del Duca la partita più difficile, soprattutto sul piano mentale, fino a chiamarla ancora una volta “la gara della vita”.
Mi aspettavo quindi un Avellino con il coltello tra i denti, pronto a compiere un ultimo grande sforzo prima di una sosta lunga venti giorni. Per un tempo, quell’Avellino lo abbiamo visto.
Concentrato, aggressivo, capace ancora una volta di partire forte e di trovare il vantaggio con Russo al 18’. Non è più soltanto una sensazione: nelle prime cinque giornate l’Avellino ha segnato cinque gol entro i primi venti minuti, andando a segno in quella porzione di gara contro Arezzo, Vicenza, Modena e Ascoli. Al Del Duca c’era stata anche l’occasione per raddoppiare e chiudere un primo tempo di ottimo livello.
Poi, al 49’, è arrivato lo sfortunato autogol di Enrici. Un episodio, certo, ma da quel momento l’Avellino si è progressivamente spento e l’Ascoli ha preso fiducia fino a surclassarci nella ripresa.
Ed è proprio questo che deve far riflettere.
Forse per qualche minuto abbiamo pensato di essere diventati più forti di quello che siamo. Non necessariamente per presunzione; può bastare quella piccola perdita di tensione di cui Nesta aveva parlato il giorno prima. Ma l’Avellino non può permettersela.
Non siamo una squadra di campioni, ma neppure una di scarsoni. Abbiamo qualità, giovani interessanti, esperienza e una rosa costruita con investimenti importanti. Per far emergere tutto questo, però, serve una caratteristica che ad Avellino dovrebbe essere quasi naturale: l’umiltà.
È la stessa umiltà che deve aiutare ciascuno a prendere atto del proprio livello attuale. Sala, quando è entrato, ha confermato alcune difficoltà già emerse dallo scorso campionato; Pandolfi continuerà invece ad avere opportunità, perché solo giocando potrà dimostrare quale contributo possa davvero offrire in Serie B. Se poi quelle occasioni non si tradurranno in rendimento, come sta accadendo, arriverà il momento delle valutazioni.
Un discorso diverso riguarda Armando Izzo. La querelle social successiva alla partita con il Palermo, culminata nelle frecciate a Pippo Inzaghi, non mi è piaciuta. Izzo è un giocatore importante e proprio per questo deve essere un riferimento anche fuori dal campo. Da chi ha esperienza e personalità mi aspetto che protegga il gruppo, oltre i tifosi che poi a Palermo dovranno andare a sostenerli, evitando polemiche inutili; avrei preferito, inoltre, una presa di posizione un po’ più netta da parte di Nesta.
La partita di Ascoli porta poi alla luce un dato che non può più essere liquidato come casuale. In cinque giornate l’Avellino è stato rimontato tre volte dopo essere passato in vantaggio, contro Arezzo, Palermo e Ascoli. Significa che questa squadra sa partire bene e mettere in difficoltà gli avversari, ma deve ancora imparare a governare i momenti negativi. Quando cambia l’inerzia della partita perdiamo troppo facilmente ordine, lucidità e tensione.
Anche Nesta ieri avrebbe probabilmente potuto fare qualcosa di diverso per provare a riaccendere la squadra. Nessun allenatore è immune dalle critiche, ma da qui a trasformare una brutta ripresa in un processo al mister, al direttore sportivo o al capro espiatorio della settimana ce ne passa.
Lo stesso ambiente che oggi distribuisce bocciature definitive aveva già bollato troppo in fretta Daffara, mentre altri calciatori vengono trasformati in fenomeni sulla base di impressioni e simpatie. Andiamoci piano. Discutere è legittimo, criticare pure; essere convinti di possedere la verità tecnica assoluta, soprattutto quando nella vita facciamo altro, è un esercizio molto diverso.
L’esempio migliore continua ad arrivare da chi macina chilometri.
Ad Ascoli il settore ospiti, con circa novecento posti disponibili, è andato esaurito. Viaggio, benzina, caselli, biglietto, tempo sottratto alle famiglie e poi un 3-1 da digerire. Eppure il sostegno non è mancato nemmeno sulla strada del ritorno, quando un gruppo di tifosi ha incontrato la squadra in una stazione di servizio. Si può essere arrabbiati, si può pretendere di più, ma il giorno dopo quella maglia resta la nostra.
Io continuo a pensare che questo Avellino non debba affrontare la stagione pensando soltanto alla salvezza. Sarebbe riduttivo rispetto allo sforzo economico della proprietà e alle parole del presidente D’Agostino. La salvezza resta il primo traguardo da mettere in sicurezza, non necessariamente l’ultimo a cui guardare.
Cinque giornate non cancellano quanto di buono abbiamo visto. Ora arrivano venti giorni senza campionato. Le prove generali, in qualche modo, sono finite. Il 9 ottobre contro la Sampdoria inizierà una nuova fase e dovremo ripartire dal primo tempo di Ascoli e dalla personalità mostrata contro il Palermo, quella del campo, beninteso.
Nel frattempo si giocano partite ancora più lunghe fuori dal terreno di gioco.
Lunedì scorso abbiamo chiesto al presidente quale fosse il segnale concreto che avrebbe fatto capire ai tifosi che l’Avellino fosse davvero pronto per puntare alla Serie A. La risposta è stata chiara: lo stadio. Insieme al centro sportivo e alla crescita dell’organizzazione, è il passaggio che deve rendere il club strutturalmente pronto a pensare più in grande.
Sono processi che non si completano in qualche mese. Serviranno anni, probabilmente almeno tre, per vedere maturare una parte significativa di quel percorso.
Usiamoli bene.
Costruiamo stagioni solide, facciamo crescere patrimonio, calciatori e organizzazione, impariamo dagli errori senza distruggere tutto alla prima sconfitta e facciamoci trovare pronti quando quel segnale indicato dal presidente diventerà realtà.
In campo e fuori, quindi, la parola resta la stessa.
Umiltà.
Forza Lupi!
