OLTRE IL PARTENIO-LOMBARDI di Alfredo Iandolo Presidente dell’Avellino Club Roma.
Il tifo che unisce, il silenzio che resta.
Ci sono partite che ricordi per un gol, per un risultato o per un’occasione mancata. Cesena-Avellino, probabilmente, resterà invece legata soprattutto a due immagini opposte: una curva biancoverde piena e silenziosa nei primi minuti, poi fragorosa come siamo abituati a conoscerla; e, sopra ogni altra cosa, una notizia arrivata durante la partita che ha improvvisamente ridimensionato tutto il resto.
Quasi 1.500 avellinesi avevano raggiunto il Manuzzi. Un settore ospiti bello, colorato, imponente, ma per circa venti minuti quasi surreale nel suo silenzio. Il tifo organizzato aveva scelto la protesta dopo i provvedimenti e le tensioni seguite agli incidenti di Avellino-Sampdoria, sui quali la Questura aveva già annunciato identificazioni e Daspo.
Non entro nel merito di vicende che non conosco abbastanza e sulle quali, proprio per questo, non credo sia corretto distribuire ragioni e torti. È evidente però che il momento attraversato dal tifo organizzato sia delicato e che le divisioni preoccupino chi vive l’Avellino con passione.
Sul campo, intanto, questa volta è saltata una delle statistiche che avevano caratterizzato l’inizio di stagione. Nessun gol biancoverde nella prima mezz’ora. Anzi, il primo tempo è stato probabilmente uno dei meno brillanti disputati finora, con diversi errori da entrambe le parti e un Cesena più pericoloso, tanto da vedersi annullare nel finale anche la rete di Shpendi. Palumbo, in particolare, mi è sembrato in evidente sofferenza, non tanto nella qualità delle giocate ma nella capacità di accompagnare l’uomo e reagire con la consueta intensità.
Nella ripresa Fiori ha portato avanti il Cesena al 51’, ma proprio allora la partita è cambiata. Nesta ha letto bene le difficoltà del centrocampo e al 57’ ha inserito contemporaneamente Di Maggio e Faticanti per Palumbo e Palmiero. Dieci minuti più tardi Izzo ha trovato il pareggio; da quel momento l’Avellino ha avuto anche le occasioni per vincerla, fino al palo di Missori nel recupero. Un eventuale 2-1, per quanto visto nella parte finale, non sarebbe stato certamente scandaloso.
Curiosamente, anche sugli spalti nello stesso periodo era cambiata la musica.
Terminata la protesta, il settore ospiti ha cominciato a spingere come sappiamo fare e il rumore arrivava fino al lato opposto del Manuzzi. Non so naturalmente se esista una relazione tra le due cose e sarebbe semplicistico sostenere che una squadra reagisca soltanto perché la curva alza i decibel. Però, da tifoso, mi piace pensare che un po’ di quella spinta sia arrivata anche in campo.
Perché questo Avellino sta dimostrando di possedere qualità e profondità. In un campionato lungo e logorante come la Serie B, nel quale oggi si possono effettuare cinque sostituzioni, parlare semplicemente di “titolari” e “riserve” ha sempre meno senso. Ma una cosa questa squadra difficilmente potrà sostituire è il proprio seguito.
E un sostegno coordinato, continuo, capace di trasformare millecinquecento persone in una sola voce, inevitabilmente passa anche, se non esclusivamente, attraverso il tifo organizzato.
Per questo l’auspicio è uno soltanto: l’unione deve restare la nostra stella polare.
Significa però anche ricordare quale tipo di tifo vogliamo difendere. Quello che colora uno stadio, canta per novanta minuti, percorre centinaia di chilometri e viene guardato con ammirazione dalle altre tifoserie. Non quello che mette a rischio l’incolumità di qualcuno, fosse anche soltanto attraverso un fumogeno lanciato dove non dovrebbe essere lanciato.
Nel 2026 non possiamo continuare a considerare certe cose una componente inevitabile del calcio. La vita quotidiana è già abbastanza complicata; lo sport dovrebbe regalarci aggregazione, colore, appartenenza e qualche ora nella quale lasciare fuori tutto il resto.
Ieri, invece, tutto il resto è entrato nello stadio nel modo più tragico possibile.
Durante il primo tempo abbiamo saputo della morte di Antonio Villani ispettore della Digos della Questura di Avellino. Era sull’E45, nell’area di servizio di Borello, impegnato nel servizio di scorta ai tifosi biancoverdi e in attesa dell’arrivo dei pullman quando è stato travolto da un’auto o un tir (la dinamica è ancora oggetto di accertamenti).
Da quel momento, per molti di noi, il risultato è diventato davvero secondario.
Ed è impossibile non allargare lo sguardo. Nei primi otto mesi del 2026 sono state presentate all’Inail 701 denunce di infortunio con esito mortale, contro 681 nello stesso periodo dell’anno precedente; 498 riguardano decessi avvenuti direttamente in occasione di lavoro, al netto degli studenti. Numeri provvisori, certamente, ma già sufficienti a raccontare un problema enorme.
La morte di Antonio Villani non è stata provocata da uno scontro tra tifoserie e sarebbe sbagliato stabilire collegamenti impropri. Ma resta un fatto difficile da ignorare. Un uomo era lì per garantire che migliaia di persone potessero raggiungere uno stadio in sicurezza e non è tornato a casa.
Questo deve interrogarci.
Nel 2026 è ancora normale che ogni partita richieda un enorme impiego di uomini, mezzi e risorse pubbliche? È davvero inevitabile che una domenica di calcio abbia bisogno di tutto questo apparato perché non siamo ancora riusciti, collettivamente, a separare in maniera definitiva la passione dalla violenza?
Le forze dell’ordine continueranno naturalmente a svolgere il proprio dovere finché sarà necessario. Ma l’obiettivo di tutti dovrebbe essere fare in modo che quel livello di presidio sia sempre meno necessario, non considerarlo parte naturale dello spettacolo.
E allora forse Cesena ci lascia due insegnamenti.
Il primo riguarda il campo. L’Avellino può attraversare una giornata meno brillante, può andare sotto e può comunque trovare dalla propria panchina energie e qualità per reagire. Nesta ha letto bene la partita e il punto conquistato alla fine è prezioso.
Il secondo conta molto di più.
Il nostro tifo è straordinario quando resta unito, quando canta, quando riempie autostrade e settori ospiti, quando trasforma una trasferta in una festa di colori. Proteggiamolo. E proteggiamoci.
Le discussioni passeranno, i campionati continueranno e sabato torneremo inevitabilmente a parlare di moduli, cambi, arbitri e classifica.
Antonio Villani, invece, non tornerà a casa.
Sarebbe bello che il suo nome non diventasse semplicemente quello dell’ennesima tragedia raccontata per qualche giorno e poi dimenticata. Se questa assurda morte deve lasciarci qualcosa, almeno ci ricordi che nessuna rivalità, nessun risultato e nessuna partita valgono più della sicurezza di chi allo stadio va per lavorare, per tifare o semplicemente per trascorrere qualche ora insieme agli altri.
Ieri è finita 1-1.
Ma, per una volta, importa davvero poco.
Ciao Antonio!
Forza Lupi!
